Una visita approfondita
Marciotto
Circa un mese fa, durante una visita di controllo cardiologica, è successo quello che in fondo speravo. Il medico assegnato al mio caso era un uomo sulla quarantina, fisico asciutto, capelli leggermente brizzolati e uno sguardo tagliente che, per un attimo, mi è sembrato fin troppo familiare, come se l'avessi già sfogliato su uno schermo tra una chat e l'altra.
«Si spogli pure fino alla vita, ci ascoltiamo questo torace», mi ha detto con voce calma, indicandomi il lettino.
Mentre eseguivo l'ordine, ho giocato le mie carte. Ho sceso i pantaloni fino a sotto gli slip. Sapevo di avere una certa presenza, e in slip la tensione e l'eccitazione per quella situazione al limite facevano il resto: il rigonfiamento nel cotone dei boxer era fin troppo evidente, quasi impossibile da ignorare per chiunque avesse un minimo di attenzione. Ho evitato di sistemarmi o coprirmi, lasciando che la mia anatomia parlasse per me mentre mi sedevo sul bordo del lettino freddo.
Lui si è avvicinato con il fonendoscopio in mano, muovendosi con la consueta professionalità. Ma quando ha fatto il primo passo per appoggiare la membrana metallica sul mio petto, i suoi occhi sono scivolati inevitabilmente più in basso. Si è bloccato per una frazione di secondo. La sua espressione professionale si è incrinata, lasciando spazio a un lampo di puro riconoscimento e a un calore improvviso che gli ha tinto le gote. Non ha detto nulla, ma il respiro gli si è fatto più corto.
Mentre mi chiedeva di fare un profondo respiro, ha fatto scivolare la mano guantata per tastare il torace, ma il contatto non era più quello asettico del medico con il paziente. Le sue dita premevano con un’intenzionalità diversa, quasi a saggiare la mia reazione. E quando si è chinato per ascoltare il battito laterale, il suo viso si è trovato a pochi centimetri dal mio bacino. Ha sollevato lentamente lo sguardo dai miei occhi alla prominenza netta dei miei slip, indugiando con una morbosità silenziosa che diceva più di mille parole.
Un sorriso impercettibile, quasi complice, gli ha increspato l'angolo delle labbra. Ha fatto finta di nulla, tornando a concentrarsi sul petto, ma nel farlo, mentre ritirava il braccio, la sua mano ha sfiorato con una lentezza calcolata la mia coscia nuda, stringendola appena per un istante prima di allontanarsi. Un ammiccamento chiaro, furtivo ma inequivocabile, consumato sotto le luci al neon della sala visite.
Quel tocco fugace era stato il lasciapassare che aspettavo, la conferma silenziosa che le mie supposizioni non erano frutto della mia fantasia. L’aria nella stanza si era fatta improvvisamente densa, carica di un’elettricità che non aveva più nulla a che fare con la medicina o con i parametri vitali da monitorare.
Lui si è raddrizzato, ha fatto un passo indietro e ha posato il fonendoscopio sul carrello d'acciaio, cercando di ricomporsi dietro la sua maschera professionale, anche se i suoi occhi tradivano tutt'altro. Ha preso la cartella clinica, l'ha sfogliata con dita leggermente tremanti e ha mormonato una frase di circostanza sui battiti regolari.
Ho deciso di giocare il tutto per tutto. Non potevo lasciar scappare quell'occasione, non dopo che la tensione aveva raggiunto quel livello.
«Dottore...» ho esordito con un tono basso, volutamente carico di una sfumatura calda e allusiva, spostando il peso sul lettino. Ho fatto scivolare lentamente le mani lungo i fianchi, puntando lo sguardo dritto nei suoi occhi scuri. «Visto che il cuore batte così forte... non è che per caso c'è bisogno di controllare qualcos'altro? Magari un controllo più approfondito, qui sotto?»
Ho accompagnato le parole indicando con un gesto minimo, ma inequivocabile, il mio membro e il volume deciso che premeva ancora contro il tessuto leggero dei miei slip faceva il resto.
Il medico è rimasto immobile per un istante che è sembrato eterno. Ha deglutito a fatica, la gola che si muoveva sotto il camice. Ha guardato la porta dello studio, poi di nuovo me. La deontologia professionale e il timore di rischiare grosso si sono scontrati apertamente con la lussuria e con la consapevolezza che le nostre frequenze erano perfettamente sintonizzate. Ha chiuso di scatto la cartella clinica e l'ha sbattuta sul tavolo con un tonfo sordo che ha rotto il silenzio della stanza.
Un sorriso sfrontato e privo di inibizioni gli ha finalmente disteso i tratti del viso.
«In effetti...» ha mormonato a voce bassissima, facendo un passo deciso verso il lettino e sfilandosi i guanti di lattice con un gesto secco, lasciandoli cadere nel cestino. «... la visita di routine è finita. Ma se il paziente insiste, credo di dover approfondire l'esame obiettivo.»
Si è avvicinato di scatto, chiudendo lo spazio che ci separava. Ha allungato le mani, afferrandomi con decisione per i fianchi e tirandomi ancora più avanti, fino a far toccare il mio bacino contro il suo grembo. Il tessuto dei suoi pantaloni faceva attrito con i miei slip, e potevo sentire chiaramente che la sua eccitazione era pari alla mia. Le sue dita si sono infilate nell'elastico della biancheria, abbassandola con un movimento rapido per liberare il mio cazzo, che è saltato fuori duro e pulsante, già madido di liquido preseminale.
Il dottore ha fatto un piccolo respiro di pura bramosia, fissando la mia lunghezza con gli occhi lucidi di desiderio. Senza aggiungere altro, ha fatto scivolare le mani dietro le mie cosce, stringendole forte per ancorarmi a sé, e si è lentamente inginocchiato sul pavimento freddo dell'ambulatorio.
La sua bocca calda si è chiusa d'un tratto intorno al glande, accogliendomi con un calore avvolgente che mi ha tolto il respiro per un istante. Ha iniziato a muoversi su e giù con una ritmicità esperta, alternando succhiate profonde a tocchi leggeri della lingua sotto la punta, mentre io affondavo le dita tra i suoi capelli brizzolati, guidando il suo ritmo con spinte leggere e controllate. Ogni suo movimento era un crescendo di piacere viscerale, amplificato dal contesto proibito e dal brivido di poter essere scoperti da un momento all'alltro. Il suono dei nostri respiri pesanti riempiva la stanza, trasformando l'asettica sala visite nel palcoscenico perfetto per il nostro peccato. Inginocchiandosi lo ha preso in bocca. Era tutto surreale ma la voglia e la sua capacità di spompinare mi fece subito venire. Lui ingoio' e con fare professionale mi disse... «dobbiamo approfondire», e mi scrisse su un foglio il suo numero di cellulare... il resto è un'altra storia...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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